Fiore del Risveglio

Il potere della compassione ci rende felici

E’ possibile allenarci per coltivare in noi la Compassione e quindi la Felicità? Sì, ma vediamo come.

 

Richard Davidson e Daniel Goleman nel libro La meditazione come cura, che presenta i risultati di ricerche più che trentennali in questo campo, scrivono: “La coltivazione di una preoccupazione amorevole per il benessere degli altri comporta un sorprendente beneficio senza eguali: assieme alla compassione si attiva anche il circuito cerebrale per la felicità.”

 

Ma cosa intendiamo con il termine compassione?

 

Tra gli anni ’80 e ’90 un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma, guidati dal dott. Giacomo Rizzolatti, durante lo studio della corteccia premotoria nei primati, scoprirono quelli che battezzarono “neuroni specchio”: una classe di cellule cerebrali che si attiva sia quando un individuo esegue un’azione sia quando lo stesso individuo osserva la medesima azione compiuta da un altro soggetto. Spostando la ricerca sul cervello umano vi trovarono una quantità decisamente maggiore di “neuroni specchio” e molto più articolata rispetto ai primati. Approfondendo la ricerca con l’obiettivo di comprenderne la funzione, scoprirono che essi, tra le varie cose, sono la base neurologica dell’empatia.

 

Le successive ricerche sul cervello hanno, poi, portato gli studiosi a distinguere tre tipi di empatia presenti nell’uomo: l’empatia cognitiva, che ci permette di comprendere come pensano le altre persone, vedendo le cose dal loro punto di vista; l’empatia emozionale, con cui sentiamo ciò che l’altro sta provando; e la sollecitudine empatica (o atteggiamento altruista), che sta al cuore della compassione.

La compassione, quindi, non è un atteggiamento estrinseco all’uomo (una sorta di qualità da apprendere o imperativo etico da seguire), ma è una caratteristica intrinseca alla nostra natura umana che abbiamo tutti fin dalla nascita.

 

Sorge una domanda: questa innata predisposizione alla compassione ci porta ad amare gli altri nel concreto?
Si traduce sempre in azione compassionevoli verso gli altri?

 

Daniel Goleman in un TED talk (https://www.youtube.com/watch?v=r3wyCxHtGd0) racconta di un esperimento fatto per rispondere a questo quesito. Ad alcuni studenti di teologia era stato detto che sarebbero stati valutati su un sermone di prova che avrebbero dovuto preparare e tenere sulla parabola del buon samaritano. Dopo un intervallo di tempo per ordinare i loro pensieri, gli studenti dovevano entrare uno alla volta in un altro edificio per essere valutati sulla predica che avevano appena preparato. Mentre attraversavano un cortile per andare nella sala dell’esame, passavano accanto a un uomo piegato su se stesso che si lamentava in preda al dolore.

 

Questi studenti si sono fermati ad aiutare lo sconosciuto bisognoso d’assistenza?

 

Dall’esperimento è emerso che, essendo di fretta e concentrati sul sermone che stavano per tenere, non si sono fermati. Questo risultato ha messo in luce l’importanza dell’attenzione e consapevolezza per agire con compassione: non è sufficiente essere predisposti alla compassione; occorre accorgerci che c’è una persona che sta soffrendo. Occorre vederla davvero, spostando l’attenzione dall’interno di noi stessi all’esterno.

 

Un altro esperimento, gli effetti che la meditazione Metta (o della gentilezza amorevole) ha sul cervello umano.

 

I ricercatori dell’Istituto Max Planck di Lipsia vollero sperimentare gli effetti che la meditazione Metta (o della gentilezza amorevole) ha sul cervello umano. Hanno insegnato a dei volontari una versione di questa meditazione, che fosse praticabile anche in autonomia a casa propria. Prima di aver praticato questo metodo, quando questi volontari vedevano dei filmati di persone sofferenti, si attivavano in loro i circuiti negativi per l’empatia emozionale: i loro cervelli, cioè, riflettevano lo stato di sofferenza delle vittime, come se stesse capitando a loro stessi; e questo lasciava in loro una sensazione di turbamento, che li paralizzava. Invece, dopo che venne loro insegnata la pratica della compassione, i loro cervelli attivarono un insieme di circuiti completamente diverso: quelli per l’amore parentale verso un bambino, del prendersi cura di un essere umano debole e vulnerabile. E tutto questo dopo solo otto ore di pratica! E la conseguenza più interessante fu che, avendo un atteggiamento amorevole verso la vittima, la vista di persone sofferenti non produceva in loro nessun turbamento; quindi, potevano confrontarsi con la loro situazione e occuparsene: potevano agire per aiutarle.

 

Da tutto questo risulta che, se l’empatia è un’attitudine innata e connaturata all’essere umano, essa, per diventare compassione e azione concreta del prendersi cura di altri, abbisogna di allenamento dell’attenzione e consapevolezza e di attivazione della rete neurale del prendersi cura.

 

Ed è per questo motivo che sono nati tanti percorsi di allenamento. Uno tra questi è “Empathy Training – Empowerment & Trasformation”

 

 Attraverso la Comunicazione Nonviolenta, la Mindfulness e la Meditazione Metta (o della gentilezza amorevole), in un percorso di pratica in gruppo, ci si allena insieme a partire anche da situazioni concrete portate dai partecipanti, cui viene applicato il modello della Comunicazione Nonviolenta (CNV).

 

E che cosa è la Comunicazione non Violenta?

 

La Comunicazione Nonviolenta è stata ideata negli anni ’60 dallo psicologo americano Marshall B. Rosenberg. Allievo e collaboratore di Carl Rogers, fu un attento studioso di molteplici discipline: filosofia, psicologia, antropologia, linguistica, religioni, ecc.

 

Il presupposto da cui parte la CNV (e che è frutto della decennale ricerca di Rosenberg) è che tutti noi condividiamo gli stessi bisogni umani fondamentali, indipendentemente dall’età, dalla cultura, dalla latitudine o continente nel quale viviamo, ecc.

 

Il principio cardine su cui si basa la CNV è la costatazione che le persone hanno piacere di donare col cuore, di contribuire al benessere reciproco, di aiutarsi a vicenda; purtroppo, però, questo non si realizza, perché riceviamo un’educazione che ci spinge ad utilizzare giudizi moralistici, diagnosi, critiche e analisi, che creano malintesi e conflitti.

 

La comunicazione non violenta ci riporta alla nostra vera natura.

 

La CNV, quindi, si pone l’obiettivo di riportarci alla nostra vera natura, insegnandoci un modo (estratto e condensato dalle diverse tradizioni umane sparse in giro per il mondo che gestiscono da secoli/millenni i conflitti in modo pacifico) per relazionarci gli uni gli altri con empatia, ascolto, rispetto, in ogni situazione e contesto di vita.

 

La Comunicazione Nonviolenta è molto più di un linguaggio; è una visione dell’uomo, un modo di pensare, un’attitudine in cui scegliamo, con le parole o in modo non-verbale, di restare collegati alla vita presente in noi e negli altri e di sviluppare quella naturale propensione a prenderci cura gli uni degli altri, propria dell’essere umani. È ciò che con altre parole chiamiamo empatia e che è il cuore della proposta della Comunicazione Nonviolenta.

 

Diceva a proposito Rosenberg: “Per me l’essenza di questo prezioso dono è una forma molto speciale di presenza. Siamo così alla vera essenza della Comunicazione Nonviolenta: dare empatia significa esserci pienamente; non c’è nient’altro che l’istante presente e il dono della mia completa attenzione.”
E qui entra in gioco anche la Mindfulness… ma lo vedremo più avanti.

 

Mario Bonfanti

 

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Come contattare Mario Bonfanti: mario@mariobonfanti.it – 328.7882410

 

Studio: Mario Bonfanti riceve presso Studio Salute Si:  389.5115705 – info@fioredelrisveglio.it – Indirizzo Studio: C/o Fiore del Risveglio, Via Fermi 1, Vedano al Lambro, MB

 

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